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Biografia di Giuseppe Maria Tiresia

Giuseppe Maria Tiresia, nasce il 29 febbraio 1928, a Novara, e il 13 agosto 1932, a Palermo.

E’ stato bambino, poeta, saggista, critico letterario, artista, uomo politico.

Premio nobel per la letturatura nel 1981 e per la capigliatura nel 1984. Celebri i suoi poemi La terra  e l’insalata (1964),  che assieme a  Quattro e quattro otto (1969) sono considerati i capisaldi della letteratura novecentesca, Vieni che ti devo dire una cosa (1973), e le sue poesie d’amore senza tempo Ma da me che vuoi?. Non meno rilevante la sua opera nella critica letteraria con saggi come Barocco e i suoi fratelli, Dante forse era cinese, Manzoni era un gran figlio di indrocchia.

I suoi genitori, Giovanni Ganimede e Giacinto Vazzi, il primo famoso filosofo e docente alla Sorbona e il secondo facoltoso industriale bergamasco nella fioricoltura, si accorgono ben presto del suo precoce talento nonché della sua difficile eterosessualità. Nonostante ciò lo iscrivono al Collegio gesuita di Milano. Qui Giuseppe Maria, insultato sia dalle femminucce che dai maschietti per il suo abbigliamento contraddittorio, oltre che abusato sessulamente e di continuo dai religiosi, si sente oppresso e si immerge totalmente negli studi più disparati.

Nel 1950 a soli ventidue anni e a soli diciott’anni si laurea in Giurisprudenza a Bologna. Contemporaneamente si diploma al Liceo Classico “Cavour” di Torino. L’anno successivo si laurea anche in Lettere Classiche a Firenze con una tesi sull’opera di Collarco da Tiro, autore a tutt’oggi ignoto. E dell’anno successivo ancora la laurea in Architettura alla Federico II di Napoli, facendosi notare tra gli ambienti accademici europei per la sua tesi sperimentale dal titolo Per un’architettura insidiosa urbana e domestica. L’anno seguente si diploma come Perito elettronico al “Meucci” di Cittadella, studi che gli permettono di diplomarsi anche al Conservatorio “Luigi Russolo” di Bari presentando una composizione per citofono diatonico e due voci.

Nel 1961 gli viene amputato d’urgenza l’alluce destro per un tumore del suo più caro amico, Antonio Orsini, che poco dopo muore per metastasi: non poter esser presente ai funerali, per aver preso per sbaglio un potente sonnifero invece di un analgesico, lo segneranno dolorosamente fino alle sue morti.

L’anno successivo, infatti, in preda ad una crisi esistenziale, decide di lasciare tutto e partire aggregandosi in una spedizione russa diretta al polo nord: dispersi tutti i membri della spedizione, lui  viene ritrovato settimane dopo dietro una colonna di pinguini in Antartide (totalmente disorientato ma convinto che quelli che stesse seguendo fossero i suoi compagni) e portato in salvo nella loro base da alcuni scienziati argentini. “Un’esperienza mistica irripetibile” dichiarerà ad un orso polare allo zoo di Roma.

Nel 1964 è a Berlino: per sbaglio, voleva trasferirsi a Parigi ma si era imbarcato su un altro aereo. Qui entra nel circolo letterario Ein, Zwei, Drei e scrive articoli polemici sul popolare quotidiano Der Matiten.

Nel 1965 si trasferisce a Parigi dove frequenta gli ambienti artistici: espone ad una collettiva di amici l’opera parodica Ceci n’est pas celà (due quadri raffiguranti entrambi due ceci posti come in uno specchio uno di fronte all’altro e accompagnati dalla didascalia che intitola l’opera) dalla quale si fa derivare il movimento del Simpatismo.

Nel 1967 sposa Cécile Baguette, giovane attrice francese, nonostante le preoccupazioni delle persone più vicine cerchino di sconsigliarglielo: Cécile, infatti, credeva davvero di saper recitare. Ma lui aveva sempre creduto che lei facesse la ballerina. Prima di poter fare l’importante passo i due avevano atteso a lungo aspettando che arrivasse il suo divorzio dalla prima moglie ma poi lui, dopo aver cominciato a dubitare di non essersi mai rivolto al proprio avvocato per ottenerlo, si era accorto di non essersi, invece, mai sposato prima. L’unione con Cécile, comunque, durò poco: l’anno successivo, accortosi di essersi sposato, chiese il divorzio. Cécile, abbandonata, cade in una profonda depressione e in preda a disturbi psichici è ricoverata in una clinica psichiatrica a Ginevra.

Nel 1972 Tiresia si sposa nuovamente e ora con convinzione, questa volta con Cécile Baguette, dalla quale avrà due figlie: Francesco che, di lì ad un anno, purtoppo morirà precocemente di infarto. Cécile, non riuscendo a darsi una spiegazione di come possano essere morte entrambe le sue figlie, impazzisce di nuovo.

Tiresia era noto per una sua particolare sensibilità agli eventi, una certa capacità di preveggenza. Una volta, presagì che non sarebbe uscito il giorno dopo. E fu proprio così, tra lo stupore e l’incredulità generale dei suoi più cari amici che, sminuendo qualunque previsione, l’avevano  tranquillamente invitato a bere in osteria per quella sera.

Celebre la sua dichiarazione perduta per la conferenza di Francoforte del 1989 e il suo Inno alla libertà mai scritto in occasione della caduta del muro di Berlino.

Nel 1990 si candida per i Radicali ma, una volta in parlamento, passa ai Verdi sostenendo che dagli spalti dei Radicali non si riuscisse a vedere nulla.

Nel 1992 muore la sua Cécile, da tempo in clinica psichiatrica. Tiresia se ne sentì sempre in colpa: “forse se le avessi dato un maschietto” sembra si rimproverasse spesso e con rimorso al bar.

Negli ultimi anni aveva deciso di abbandonare la scrittura e ritirarsi a vita privata: “mi guardo qualche film” aveva confidato al suo giornalaio.

Si spegne serenamente nella sua villa  sul Trasimeno, con i suoi figli al capezzale, e poi in lenta agonia, in solitudine e senza alcun conforto famigliare, per un cancro che suo nonno aveva sempre avuto, all’Ospedale delle Suore Sputatrici Disgustate di Santa Trazzolona a Mantova il 15 settembre del 2009 e il 22 brumaio del 2010.

Il suo corpo riposa nel cimitero ebraico di Roma e le sue ceneri al cimitero ateo dell’UAAR di Padova.

Ogni giorno numerosi visitatori si recano alla sua tomba per chiedere al custode del cimitero di chi si tratti.

                                                                                                                                                                                                                   G. Santoro


(A)rianna

rissa


Zero paranoie.

Volevo scrivere una poesia stamane, solo per infilarci dentro una rima con le parole ” eburneo ” e ” Borneo”.

Poi ho pensato : ” Sono un idiota “.

Poi ho pensato:

“L’occhio eburneo di

un cavallo del Borneo”.

– Orribile, terrificante idiozia –

Ho provato con la metrica. Ma io, in verità, non so un cazzo di metrica. |scrivo una poesia adesso, senza ” eburneo “, né ” Borneo “, né metrica, anzi, meglio scrivere ” metrica “, visto che non ho conoscenza di ciò che queste parole rappresentano nella realtà, posseggo solo le lettere che ne compongono i nomi |

” Il sole era alto

ma era solo mattino,

un mattino come un altro,

forse mancato,

forse preso, forse lontano.

Forse vicino?

Sono parole ingiuste le mie, non cattive,

ma certo non-giuste.

Forse cattive, come di cattivo sapore.

Forse lontane, forse vicine?

Il sole era alto, ed io lo stavo a guardare,

un tramonto di ghiaccio rovesciato su un crinale.

Come la tua danza è il rovescio del mio sguardo,

come il mio amore l’inverso del tuo danzare.

Sono parole di niente le mie,

che danzano sul suono dei tuoi passi, delle mie labbra.

Cos’è poi una parola se non una vecchia che incespica sulle zeppe dei mie versi,

sugli orribili suoni delle mie parole e delle mie rime, sotto il manto scuro di un suono di vita.

Il nulla stretto in un pugno.

Era soltanto un mattino.”

                                       E. Spadaro


Aprile è un mese arrogante.

Prendi l’arte e mettila da parte. Pensare, creare e vivere sacrificando qualcosa. Parte di qualcosa.  Capacità di impressione ed esposizione esistenziale di una quasi pellicola e di un quasi obbiettivo chiamato uomo.

                                                                                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                                    


Rettifico tutto.

Se esistono problemi, esistono anche delle soluzioni. Il pensiero non è fatto per rimanere sulla punta della lingua, se abbiamo capito questo, iniziamo. Se non l’abbiamo capito, c’è il rischio di arrivarci troppo tardi. Io non voglio, sono contro, mi fa male sprecare questo corpo. Desidero metterlo a ferro e fuoco, consumarlo, lavorarne gli spigoli mantenendone contundenti i pensieri.                                                   

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              

Alessio Lega – Mare nero


Penseremo ai nostri peccati al risveglio.

1 maggio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Penseremo ai nostri peccati al risveglio
quando incontreremo la nostra prossima uscita.
Ora è tempo di dormire,
e nel sonno cantare,
Cantar di persone che ancora non hanno ben capito,
Cantar di stati di un animo non ancora chiaro,
e di luoghi ancora da scoprire.
Noi abbiamo il tempo,
perché il tempo non ci appartiene.
Ed allora senza nulla nelle mani,
scopriamo il senso del nostro tatto.

                                                 ES


L’amore è negli occhi dei cani vagabondi.

 

L’automatica devastazione di queste mura è quasi assurda nella sua semplicità, tutto si lascia cadere, viene l’ansia a pensarci e poi ci sono i brandelli di vita da portare avanti, così  dicono, ma che posso farci, alzarmi tutte le mattine per andare a lavoro (di merda) mi mette ancora più ansia. Anche se mai come quel giorno maledetto quando (trascinato fuori dal cunicolo degli anni) ho detto ‘ti amo’ e tu mi hai risposto ‘hai del prezzemolo fra i denti’, me lo ricordo bene, da qualche parte in metro sotto Madrid e lo sguardo si piega sulle scarpe che comunque hanno calpestato e sopportato terra e fango di innumerevoli popoli infatti iniziano ad essere proprio sporche.

Che poi ho dormito nella tua casa, nel tuo letto, nella tua anima, sempre che l’abusata parola anima significhi qualcosa e tutto non si risolva nel mero esistere, e siamo stati abbracciati tutta la notte e siamo stati nello stesso istante per tutta un’eternità e infine la mattina, il sole sbiadito e il distacco, ‘quando esci lascia la porta aperta che devo andare in bagno’ hai detto e sono le tue ultime parole.

Che poi il caffè non so perché ma per quanto mi sforzi non riesce a venirmi bene, accettabile certo, quasi buono ma non buono come molti altri che ho bevuto, sono 5 anni che vivo da solo e tutte le sante mattine mi preparo il caffè e spesso anche il pomeriggio ma niente, sento che manca qualcosa, mica come quello della mia prima coinquilina, che si svegliava mezz’ora prima di me per andare a lavorare e alcune mattine, le migliori, me ne lasciava una tazzina dentro la moka. O quello che preparavi tu quando scattavi in cucina lasciandomi indietro col tuo pigiama troppo largo, a fiori, a fiori cristo, e saltellavi sui tuoi piedi nudi che dicevi di odiare non so perché, forse era l’amore che ci mettevi a renderlo così buono o solo la compagnia del tuo sguardo, e l’aroma di una notte passata ridendo, felici davvero, sicuri che non sarebbe mai finita. Come tutti del resto.

E adesso non so bene come mi ritrovo da solo a sorseggiare un espresso in questo bar a dire la verità piuttosto squallido ma almeno c’è poca gente e riesco a sentire i miei pensieri e provo a metterli su carta, a fissarli altrove, altrimenti continuano a rimbalzare dentro la testa e finiscono per trasformarsi in paranoie che come diceva un amico saggio ‘ti rendono speciale ma anche un po’ triste’ e non ho mai ben capito il grado d’ironia di questa frase.

E tutti quei momenti, me li ricordo bene, in cui parlavamo solo di vita, sepolti sotto un piumone non proprio pulito di marca sconosciuta. Respirare solo vita, dicevamo. Inquietudine che cade goccia dopo goccia nelle acque torbide dell’anima e reclama prepotenti tempeste emotive. Anche questo pur di sottrarsi alla routine che trasforma ogni autentica intensità in scolorite tonalità autunnali. E i silenzi dolcissimi, gli sguardi come rasoiate sulla carne viva, le lacrime, i ‘tornerò’, gli ‘smetti di piangere amore mio’ sussurrati fra gli abbracci. E poi senza capire perché eccomi fra gli amici sorridenti, con una stecca da biliardo in una mano e una birra nell’altra, a nascondere le cicatrici aperte di una mancanza.

E adesso continua la follia sono su un aereo diretto proprio dove sei te, tanto sono solo 3 milioni di abitanti, e trema tutto e sento intorno serpeggiare un panico silenzioso e io guardo le hostess che continuano a sorridere e stare tranquille allora vuol dire che va tutto bene. Non ho mai visto l’alba da questa altezza, si parla di veder sorgere il sole da sopra le nubi, schivare nugoli di lampi ad atmosfera rarefatta e un po’ stonati dal viaggio, quindi un’esperienza quasi metafisica, solo per questo valeva la pena partire e siamo solo all’inizio.

Per non parlare poi di noi due abbracciati sul tuo divano all’ottavo piano di una casa in periferia, restare a guardare il sole calare e le luci accendersi sopra e nella città immensa e provavo una strana quiete, quasi una catarsi venuta male, stupefatto di spazio, tutto quel girare, e quel vetro acciaio cemento e tutte le vite lì racchiuse, specchi in negativo della nostra esistenza. Che poi quando uscivamo poco dopo per ubriacarci ed entravamo nel groviglio di pietre ed ossa e scale neppure ci pensavo, camminavo dritto tenendoti per mano, passando di piazza in piazza, di bar in bar, sulla grande giostra che gira gira e mica si può fermare.

Che poi ora sono sicuro esistono frammenti di tempo che ti prendono e ti trapassano come niente, che in un modo o nell’altro arrivano dritti al punto e ti lasciano a terra sanguinante, nel bene e nel male, un ammasso di carne cartilagine tendini ed ossa che comunque il più delle volte si rialza (brama il breve piccolo istante di gioia che precede la caduta), in mezzo al male che gronda e ovunque permea, e le sedimentazioni di vita in stanza spoglie, quando va bene, e (perlopiù) frammenti prostrati dal vuoto, appiattiti nel nulla e sei fortunato se non te ne rendi conto, questo quando va male. E se pensi troppo c’è da impazzire tanto tutto questo è stupido, il tempo neppure esiste, ‘stai invecchiando’ mi dici, ma non è vero, io cambio, come una sezione mobile del tutto, che poi è niente, e magari è solo cambiamento e ciclo ma alla fine non sappiamo nulla ugualmente.

Così come non so perché continui a mancarmi con insistenza né perché ti voglio con così tanta ostinazione; forse davvero è che siamo così banali (umani) da cercare tutti le stesse cose, l’amore, il perdono, la cioccolata. E perché no, un motivo per continuare a credere

(che poi, come avrai ormai capito, non c’è inizio né fine, nessuna linea che congiunge, solo una spirale di eterno vagare senza una metà, confusione di ricordi e speranze impazzite).

Camminare mi rilassa e lascia segni di vita sulle mie scarpe, che vorrei posare sul tuo davanzale o sotto il tuo letto, il mio cuore invece è terra di nessuno, pensarlo da un senso nuovo alla mia solitudine, assurda nella sua enormità come del resto la topografia di questa città che continuo ad esplorare strada per strada, palmo per palmo, uno invece che due. Avanzo in terra straniera protetto da cuffie madreperla: emettono avvolgente musica digitale. Chiudo gli occhi. Mi catapulto nella (tanto abusata ma sempre presente) solitudine. Si avvicina in un sussurro: e se il morire è cosa di ogni giorno, allora anche il tuo sguardo ha luci maligne, dice, ed è la voce di una donna. Continua, impastata di gelida tenerezza: nessuno ti libererà la fronte dai ghiaccioli, dice. L’infinita distesa cosmica accoglie in silenzio l’effimero incrociarsi di ogni solitudine.

Apro gli occhi. Mi siedo in piazza due di maggio, fra cani e cinesi che vendono birra. Ne compro due, per iniziare. C’è anche un piccione che ruota ossessivamente su se stesso, il motivo è sconosciuto. Lo chiamo fratello.  Percepisco la tua assenza come una mano fredda, lambisce i bordi della mia esistenza, ne accarezza l’essenza. Momento di immersione panica nel cemento: si tratta di scegliere se scindere il mio io in sensazioni moribonde o coagulare la tua assenza in una nuovo tipo di  forza. Vivere pare sia di nuovo stare a galla. Brutto per chi ha attraversato i mari occidentali, lo stesso colore dei tuoi occhi. (chissà cosa si prova a fuggire da quello che siamo).

Mi sento non bene, come quando ti sommergevo di parole che uso come appigli (stanchi) per non cadere e tu che paziente ascolti e io che continuo a vomitare paure scomposte frasi paranoiche di fatti mai accaduti, pensieri sconfitti che si rincorrono nel buio dei ricordi nell’insensatezza dei dettagli, non ti davo neppure il tempo per mangiare. E tu che calma mi tendi le mani e poi lacrime e ancora parole e il mal di stomaco che non passa e io che cerco in tutti i modi la forza di lasciarti andare, lasciar infine cadere, e i tuoi occhi chiari che a tratti diventano scuri.

Va bene, scopiamo. Bello. E poi? questo vuoto è desolante. Sia chiaro, ti voglio. Ma avrei dovuto creare di più. avrei dovuto imparare a creare, in silenzio, senza parole. Dammi comunque la mano, un gesto semplice, come il bacio che si da al bambino che viene a mostrarti una ferita. E resta  con me, nonostante tutto, resta con me. Ancora insieme sullo stesso scaffale impolverato, simili come due soprammobili crepati nello stesso punto. Questo avrei voluto dirti.

Perso il senso rimane comunque la vita, che continuiamo a vivere perché ci manca di meglio. Né schema né volontà, esistenza casuale. Tutto quel pensare ma il motivo lo troviamo a posteriori, dopo averla fissata troppo a lungo, come un test di rorschach venuto particolarmente male. La solita vita e piccole battaglie quasi insignificanti e comunque perse perché ogni tentativo d’elevazione è perso in partenza. è il nostro essere umani, dicono. E di nuovo la vita. E cercare comunque l’amore. Dappertutto, stupidamente, anche se perduto, anche se in terra straniera, anche se non esiste più, rosa avvizzita sul petto della vita.

Mi scuoto e mi guardo intorno, stringo la birra, sopraggiungono raggi di sole sbiadito, effettivamente sono ancora vivo, io. M’incamminerò verso non so dove. Magari ritornare bello forte gioioso e distaccato un po’ come quando ero più piccolo che non mi fregava un cazzo di nulla e vivevo bene e magari così i nostri rapporti cosiddetti umani, i canali di comunicazione più o meno improvvisa che istituiamo fra gli esseri della nostra miseranda specie, potrebbero essere vissuti quasi come un gioco e liberamente perseguiti con insperata tranquillità. Disse quello con lo scarpe a pezzi.

                                                                                                                                                                                                                              F.


Ragionando di uomo, dignità e lavoro.

“I filosofi hanno solo interpretato il mondo, si tratta ora di trasformarlo”. Recitavano grossomodo così due giovani ed entusiasti pensatori nel lontano 1845. A circa un secolo e mezzo di distanza da quel potente motto rivoluzionario, l’invito sembra rimasto per molti versi inevaso. Certo, gli anni nel frattempo trascorsi ci hanno consegnato grandi trasformazioni, anche radicali. Per noi oggi, tuttavia, la questione continua a porsi in modo pressante. Quelle parole appaiono ai più, nel peggiore dei casi, vuote ed insignificanti; nel migliore, ideologiche e senza dubbio superate.

Sarà questo il motivo per cui  -mi son detto- io stesso, figlio legittimo della rivoluzione informatica, trovo così complicato provare a ragionare intorno al tema dell’uomo, della dignità e del lavoro. Eppure la cosa un po’ mi lascia interdetto: se una laurea in filosofia –ho pensato- non serve neppure ad affiancare il pensiero in una riflessione intorno a concetti in apparenza molto familiari, naturali quasi, allora il problema è serio. Fermo restando che il problema potrebbe essere tutto e solo mio, personalissimo. D’altronde non ho mai lavorato; forse l’idea di uomo alla quale ci formano le università di filosofia (di donne in effetti si parla molto poco, in quelle università) è troppo astratta, ideale, e in quanto tale inadatta a comprendere la reale portata di un concetto molto concreto, corporeo, quale quello di uomo. E poi la dignità: bellissima parola, ma dove si trova? Che cosa intendiamo quando ne parliamo? Credo che neppure Platone le riservasse un posto nel suo iperuranio.

Allora ho provato con un esperimento. Mi sono azzittito; messo in ascolto; ho riposto la penna nell’astuccio e mi sono detto: “Non scriverai nulla fino a che non ti sembrerà di avere qualcosa da dire”. Che poi io, sia detto per inciso, alla scrittura preferisco il dialogo, o la lettura. C’è in effetti tutta un’atmosfera del dialogo che secondo me nella carta stampata è inevitabile che si perda. Dove vanno a finire gli odori, gli sguardi, i rumori, i movimenti tipici di un dialogo tra due o più persone quando scriviamo sulla carta (o salviamo in pdf)? C’è chi sostiene che le parole, una volta scritte, non appartengano più al suo autore, ma entrino nel vissuto di chi legge e le interpreta a partire da se stesso. Vero, senza dubbio. Un’altra cosa è certa: che sia orale o scritta, la comunicazione, se virtuosa, è sempre arricchente ed in ogni caso irriducibile allo scambio più comune di oggetti. Se infatti ci scambiamo un’idea a testa, alla fine io e te avremo due idee per ciascuno; se ci scambiamo una matita, alla fine io avrò la tua, di matita, e tu la mia: una per ciascuno. E poi i silenzi … Dove vanno a finire i silenzi tipici del dialogo nello spazio ristretto di un racconto? Forse nella punteggiatura? Ma nell’epoca dell’ipercomunicazione diffusa, della connessione perenne, del “digito ergo sum”, del tutti hanno diritto di parlare di tutto con tutti, forse potrebbe avere senso riannodare i fili di un ragionamento serio sul silenzio. C’è di più: sembra quasi che noi abbiamo l’obbligo di avere un’opinione; il diritto di parola va, come in un paradosso, trasformandosi  nel dovere di esprimersi, forse per non interrompere il flusso continuo e quotidiano delle banalità. Quanto è raro e insieme liberatorio, al contrario, dire o sentirsi dire: “Non lo so, ci devo pensare”.

Tornando a noi, e per quanto mi riguarda, il silenzio non è stato molto produttivo. Ci ho pensato, ma non saprei come dire di lavoro, di dignità e di uomo. Forse i problemi sono quelli a cui accennavo; o forse la mancanza di contenuti, l’incapacità di trovare una forma espressiva adatta: o forse entrambe le cose. In realtà qualche idea mi è venuta in mente, ma si è trattato di storie immaginate il cui filo è andato sfumando, confondendosi nei fili di altre storie a loro volta interrotte. L’interpretazione, appunto. La molteplicità delle interpretazioni.

La prima cosa a cui ho pensato è stata: è una constatazione fin troppo lapalissiana notare che, al giorno d’oggi, l’uomo si costituisce in opposizione al lavoro e alla dignità. Non intendo gli uomini concreti, in carne ed ossa, che di lavoro ne avrebbero evidentemente bisogno. Intendo il modello di uomo al quale il globo intero è andato omologandosi: l’uomo occidentale, maschio, produttivo e competitivo, dominatore della natura, dello spazio e dei suoi simili. Questa nuova specie di Homo demens, che in nome del mito della competitività pretende di ridurre la madre terra ad un grande supermercato globale. Con tutte le contraddizioni che ne derivano: inquinamento dei suoli e dell’aria, per non dire delle menti; sfruttamento generalizzato del lavoro; infelicità diffuse, sorveglianza e repressione, annullamento di ogni spazio di convivialità non mercificata. Quanto è grande la potenza del mito, anche in un’epoca storica che crede di essersene affrancata in modo definitivo, dominata com’è dal dogma razionalistico della scienza panacea di tutti i mali! Ma come narrare di uomo, dignità e lavoro a partire da tali presupposti? Chi ci riesce è bravo. E poi: non sarà che questo modello interpretativo è, per l’appunto, eccessivamente astratto, troppo concentrato sull’oggi e forse ideologico? Non oso neanche immaginare le obiezioni degli addetti alla  difesa dell’ordine costituito. Infatti mi sono perso, non ho più trovato il filo, come dicevo. Per di più, questa visione delle cose, che doveva fare da cornice ad un eventuale racconto breve, è parziale: non perché assuma il punto di vista di chi subisce lo stato attuale delle cose, ma perché ce lo rende menomato delle tante grandi e piccole storie che vanno costituendo, a conti fatti (a manuali scolastici editi), la Storia, quella con la S maiuscola.

Allora ho pensato di concentrarmi sul lato delle storie, quelle dei conflitti, autentici ed ineliminabili motori della Storia. Non si possono liquidare con un sol colpo –mi sono detto- centinaia se non migliaia di anni di lotte e rivendicazioni in nome del lavoro e della dignità, o della dignità del lavoro. Lotte che peraltro, a dispetto di quanto voglia farci credere la stampa irreggimentata, proseguono ancora oggi, sparse in ogni angolo del pianeta, ed anche nella nostra piccola e sfasciata penisola. Lotte, quelle sì, portate avanti con coraggio e dignità da uomini e donne in carne ed ossa: operai costretti a dimenarsi nell’ingiusta contrapposizione tra salute e lavoro; agricoltori che vedono i propri campi recintati per lasciare il posto ad un’autostrada, una ferrovia, un ponte, come se fossimo ai tempi del protoindustrialismo inglese; insegnanti (precari e non) e studenti obbligati a districarsi tra saperi funzionali al mercato lavorativo e perciò dequalificati, istituti fatiscenti, stipendi dimezzati. Sindaci, anche, che ogni giorno, in nome del risanamento del debito, si scoprono impossibilitati a garantire i minimi servizi sociali ai propri concittadini: asili, trasporti pubblici, scuole, appunto, ospedali.  Lotte che fanno parte di un panorama molto più ampio e condiviso, del quale è sempre bene serbare e rinvigorire la memoria collettiva, in un mondo a misura di bit. Potrei scrivere una storia –ho provato anche a delinearne i tratti nella mia mente- in cui provare a costruire e riprodurre la vita individuale di uno o più personaggi coinvolti in una delle molte lotte condotte in nome dell’uomo, della dignità e del lavoro. Chessò, gli anabattisti tedeschi, i rivoluzionari francesi, i sindacalisti statunitensi tra otto e novecento, i giovani europei nel settantasette. Ed innumerevoli altre storie, pronte a riemergere dove meno te lo aspetti, quando meno te lo aspetti; sotto altre forme, ma mosse dai medesimi slanci ideali. Lotte non vincenti, non sconfitte. Il lettore avrebbe scoperto di non essere solo: che in altri tempi, e in altri luoghi, si sono mosse altre persone ricche della propria singolarità, con  le loro rabbie e le loro gioie, gli affanni, gli scoramenti, le speranze e le delusioni, con i propri errori e i sogni non conclusi, mai domati. Insomma, mi sarebbe piaciuto scrivere di quel crocevia così affascinante in cui la Storia va ad intersecarsi alle storie, per ritrovarsi mutata. Trasformata. Ne ho lette parecchie di storie così; mi piacciono. Mi piace immaginare altra gente normale, come me, come noi adesso (potrà sembrare strano, ma il mondo è pieno di persone normali) coinvolta nei grandi destini dell’umanità, chiamata a fare parte dell’imprevedibile spettacolo del mondo. Mi piace dimenticarle, anche, queste storie. Per poi rendermi conto di come tornino improvvise in mente, a volte chiare, a volte confuse, ad arricchire il mio immaginario. Già, l’immaginario: forza demolitrice e creatrice, disorganizzante e costantemente aperta all’esplorazione di possibilità altre di organizzazione. L’immaginario creativo è qualcosa di speculare ed opposto al mito dogmatico, di cui prima si sottolineava la potenza e la pericolosità. Spesso gli opposti finiscono per incontrarsi, per confluire l’uno nell’altro fino al punto di non riuscire più a distinguerli. Eterogenesi dei fini, la chiamano alcuni: la storia ne è piena zeppa di esempi. Ma l’attitudine ad immaginare altri orizzonti possibili è, per quanto mi riguarda, inversamente proporzionale alla mia capacità di raccontarli.

Eppure ci ho provato. Mi sono detto che il fatto di non riuscire a raccontare una storia che parlasse in modo semplice dell’uomo, della dignità, del lavoro dipendeva dalla limitatezza delle prospettive che avevo elaborato. La correttezza di una risposta dipende spesso dall’adeguatezza della domanda: e bisogna essere molto creativi per porre le domande giuste. In questo senso, quello che consideriamo il processo di maturazione individuale potrebbe benissimo non essere altro che un processo, mi si passi il termine, di rimbambimento insieme individuale e collettivo. Chi più dei bambini, infatti, è portato a porre domande spiazzanti, fantasiose e stimolanti per la mente spesso svogliata degli adulti? Lasciamoli crescere liberi, per piacere! Ho provato dunque a immaginare i contorni di un racconto fantastico, ambientato nel futuro, nella comunità di Utopia. Potrà sembrare scontato, ma il termine utopia è proprio quello giusto per indicare ciò di cui sto parlando. Utopia è un non-luogo ma anche una società ben fatta, ben organizzata. La mia Utopia è un posto non privo di conflittualità, non è una comunità armonica ed equilibrata in modo meccanico come un orologio. Il suo equilibrio interno ed esterno, piuttosto, è regolato dalla volontà stessa dei suoi membri che si riconoscono limitati e bisognosi l’uno dell’altro. Risolvono le controversie dialogando, qualche volta finiscono anche alle mani, ma nessuno di loro ha più diritto degli altri di esercitare la propria forza: è la comunità stessa che funge da deterrente in questo senso. Il bene condiviso è ciò che spinge gli uni a collaborare con gli altri, nel lavoro manuale e intellettuale, nel privilegio del valore d’uso e non di scambio delle cose, nell’utilizzo della moneta solo se e quando necessario. Una comunità che coltiva l’ozio, che rispetta la dignità del bimbo e dell’anziano, degli esseri viventi in generale, il meno invasiva possibile nei confronti della natura. I suoi membri lavorano proprio per rimediare agli scempi che trecento anni di sviluppo industriale scriteriato hanno causato alla madre terra. Così c’è lavoro e dignità per tutti: il lavoro è faticoso, specie quello nei campi, ma non è più uno stress; spesso ci si aiuta volentieri e ciò contribuisce a renderlo meno gravoso per ognuno, persino piacevole a volte. I lavoratori impiegati sia nei campi sia nelle industrie si gestiscono da loro: non hanno capi a cui dover rendere conto. Allo stesso modo, non ci sono capi politici, solo delegati che di tanto in tanto si riuniscono a livello planetario in lunghe discussioni che possono durare anche anni, nelle quali si studia e si analizza lo stato di salute della terra e ci si confronta sui diversi modi che le diverse comunità locali utilizzano per organizzarsi. Molti hanno rinunciato a quelli che noi consideriamo beni indispensabili: macchine lussuose, tanti soldi, televisioni, elicotteri o addirittura armi. Queste sono state bandite, di comune accordo. Alcuni utilizzano ancora lunghi coltellacci per uccidere gli animali di cui cibarsi; a volte sono gli animali ad avere la meglio. In molti, tuttavia, preferiscono non mangiare affatto carne. Lo stesso vale per la pesca. Per comunicare tra distanti si utilizzano ancora i computer, ma la maggior parte delle persone non ne possiedono tre o quattro per casa. Ce ne sono un certo numero sparsi per il territorio di riferimento e chiunque può servirsene liberamente, ma essendo molto forte, ovunque si vada, il senso di solidarietà e di appartenenza comune alla terra non c’è bisogno di comunicare quotidianamente neppure con i propri familiari: ci si sente a casa un po’ ovunque e c’è un grande senso diffuso di amore per la scoperta. Ci si è adoperati molto per esplorare le potenzialità inespresse del cervello umano, alcuni sanno comunicare grazie alla telepatia. Si ricicla di tutto, e si costruiscono strumenti di ogni tipo, e per gli usi più diversi, con gli scarti di cui la società industriale era ricolma. Interi quartieri industriali delle grandi ex-metropoli sono stati recintati: ora ci sono dei teatri o dei centri culturali per tenere viva la memoria riguardo a quello che fu. Alcune industrie, tuttavia, sono state riconvertite in chiave ecologica. Molte persone hanno preferito tornare a vivere nelle campagne, per ritrovare un contatto con la natura ed avere ciò di cui cibarsi: tuttavia altri vivono ancora in grandi città, che sono poi degli agglomerati di tanti diversi quartieri che riproducono su scala micro il funzionamento più complessivo della società nel suo insieme. C’è molto spazio per le feste, per i giochi e per la cura di sé e degli altri vicini. Le relazioni sociali  e mercantili sono costituite alla base dalla gratuità e l’economia ruota attorno alla pratica del dono …

Ritengo che questo che ho appena vagamente tratteggiato sia un esperimento molto utile. A me, almeno, è servito. Se potessi scegliere per gli altri, istituirei a scuola l’ora di utopia. Tuttavia, non ho concluso neanche questa storia. Questa volta, però, non per incapacità o svogliatezza personale. In tal caso il problema sta più a fondo, è un problema strutturale: le utopie si possono costruire solo collettivamente, grazie all’apporto e al contributo di ognuno. Il realista politico che fosse suo malgrado incappato in questa strana storia, la considererebbe un gioco per bambini, nel migliore dei casi, o richiederebbe il mio internamento in qualche struttura psichiatrica. Ai realisti rispondo così, con un altro breve racconto, che poi è anche l’ultimo che mi è frullato in testa provando a ragionare di uomo, dignità e lavoro. Non posso dirlo con certezza, ma potrebbe anche essere molto simile ad uno dei sogni che ho fatto l’altra notte:

da qualche giorno i telegiornali avevano annunciato un evento del tutto strano e imprevisto. Non che non fosse mai successo prima, ma eravamo abituati di solito ad assistervi solo in circostanze del tutto eccezionali, come lo scoppio di una grande guerra in cui i nostri governanti avevano deciso di partecipare o l’inizio di un nuovo anno: il governo tecnico, riunitosi in grande stile, decideva di rivolgersi a reti unificate alla nazione. Si temeva il peggio: c’era chi sospettava appunto proprio l’ingresso in una qualche guerra sparsa nel mondo di cui dovevamo aver perso negli ultimi tempi le coordinate ma che sicuramente, in quanto fiera nazione italiana, ci riguardava: questo i più catastrofisti. C’era poi chi riteneva che tramite qualche esperto di profezie, un sottosegretario magari, uno meno in vista dei ministri sempre esposti alle luci dei riflettori, uno che fa il lavoro sporco insomma, si fosse riusciti ad avere delle notizie certe ed inconfutabili che confermavano la sciagura ormai da tempo predetta dagli illustri Maya: in previsione di ciò, molti cittadini italiani, già di indole inclini come si sa alla superstizione, avevano riattrezzato i bunker antiatomici in uso nella seconda guerra mondiale: chi non ne aveva uno, si preparava a rifugiarsi nel garage o nello scantinato. Nessuno credeva alle profezie, ma se fossero stati i tecnici a confermarle … C’era poi chi, forse più catastrofista dei catastrofisti convinti dell’ipotesi guerrafondaia del governo, temeva che questo stesso avesse deciso per un’altra finanziaria: il cresci-italia doveva attendere; bisognava prima rendere più efficaci le manovre di riduzione dei debiti: ancora taglia-italia, dunque. Secondo qualcuno, che sosteneva di aver ricevuto indiscrezioni non si sa tramite quali amici di amici di amici di un certo deputato a Roma, da quella manovra in poi sarebbe stata varata una nuova bolletta: la bolletta dell’aria. Chi non pagava avrebbe visto chiudere i propri rifornimenti di aria e arrivederci: si sarebbero risolti così, esultavano già i più pragmatici, due problemi in un solo colpo. Le casse dello stato si sarebbero di colpo riempite e il problema di molti cittadini che non riuscivano più a vivere degnamente si sarebbe risolto alla radice: sarebbero morti per asfissia. Arrivò dunque il grande giorno, o meglio, la grande sera: noi guardammo l’edizione trasmessa dal tg1 delle Venti, il più adatto, eravamo d’accordo, a seguire questo genere di eventi. Quando fu aperto il collegamento con la camera dei ministri, gli stessi si erano già sistemati dietro la lunga scrivania e fissavano chi la telecamera, chi il blocchetto di appunti sparsi dinanzi a sé, chi semplicemente a terra o in qualche punto tecnicamente imprecisabile. Seguirono dei minuti di silenzio; l’aria sembrava tesa, seria e la situazione complessivamente tetra: fu il professore, dopo lunghi minuti di pausa che sembrarono durare delle ore per il popolo che pendeva dalle sue labbra, ad avvicinare il microfono alle stesse. Finalmente parlò. E disse: “Scusateci- ci tenne a precisare che parlava in nome dell’intero parlamento-. Noi non siamo altro che degli imbroglioni patentati, sono decenni, se non centinaia di anni che vi raccontiamo bugie su bugie. Tutto il sistema è corrotto, non stiamo parlando di singole responsabilità individuali. Da questa sera torniamo ad essere privati cittadini, dopo aver valutato la questione con gli altri capi di stato in un vertice segreto. Gli altri leader europei e mondiali stanno dicendo le stesse semplici parole ai propri concittadini. Se lo vorrete, ci rimetteremo al vostro giudizio; il nostro destino è nelle vostre mani. Ma soprattutto, da oggi il vostro destino è nelle vostre mani, come non lo è mai stato prima. In bocca al lupo, fratelli e sorelle, compagni e compagne. Che il viaggio intrapreso sia lungo e fecondo. Evviva la democrazia”. Ma il peggio doveva ancora avvenire. Si alzarono quasi in contemporanea dalle loro sedie, e visibilmente erano tutti affranti e prostrati. Una volta in piedi, ecco la scioccante sorpresa: nessuno di loro indossava né pantaloni né gonna, erano rimasti tutti in mutande. Come mamma li aveva fatti, quasi, e per fortuna non del tutto. Qualche giornalista più estremista ne approfittò per rifilare un sonoro calcio nel sedere a quei culi vecchi. Ma fu l’unico episodio di violenza, se così si può chiamare. Da quel giorno il popolo si rimboccò le maniche e ci fu come una nuova nascita. Anche i realisti politici collaborarono.

Ho deciso che neanche questa storia valeva la pena di raccontarla, di approfondirla troppo. Mi sono divertito ad immaginarla, però. Ma soprattutto –mi sono chiesto- perché tanta ostilità nei confronti di questi miti professori, tecnici di professione e politici contro la loro stessa volontà? In fondo anche loro hanno la propria dignità di uomini e donne. E fanno solo il proprio lavoro.

                                                                                                                                                                                                                                    ROB


Furia lisergica di un corpo che vuole strada.

Furia lisergica di un corpo che vuole strada.

 

Cammino e per esser sincero mi schianto,
urla di verità richiamano la mia realtà,
e tutto qui,
l’ardore donato all’amore.

seguo nei passi semplici pensieri,
per non perdermi, per non perdere
la luce dinamica di ombre,
che fantasmi facilmente invita a danzare.

Respiro lentamente,
l’aria mi brucia ed ogni affanno e naufragio,
sento il peso dell’effimero,
un semplice soffio taglia la mia pelle.

Sentir la morte come quel niente,
che bambino mai nato,
cresce e palpita nel tuo petto,
mi rende il padre del nulla.

Ricerco negli sguardi di ignoti cadaveri,
la  solidarietà che renderebbe la mia alterità
un piccolo scherno,
nei riguardi di un Io.

Ma lentamente svaniscono le parole e quell’urlo,
che non ha il coraggio di nascere,
si nasconde dietro i foschi muri
del quotidiano apparir di nova vita.

                                                         ES


Sofia sta male.

drago

http://issuu.com/bubb4/docs/sofia_sta_male