Biografia di Giuseppe Maria Tiresia

Giuseppe Maria Tiresia, nasce il 29 febbraio 1928, a Novara, e il 13 agosto 1932, a Palermo.

E’ stato bambino, poeta, saggista, critico letterario, artista, uomo politico.

Premio nobel per la letturatura nel 1981 e per la capigliatura nel 1984. Celebri i suoi poemi La terra  e l’insalata (1964),  che assieme a  Quattro e quattro otto (1969) sono considerati i capisaldi della letteratura novecentesca, Vieni che ti devo dire una cosa (1973), e le sue poesie d’amore senza tempo Ma da me che vuoi?. Non meno rilevante la sua opera nella critica letteraria con saggi come Barocco e i suoi fratelli, Dante forse era cinese, Manzoni era un gran figlio di indrocchia.

I suoi genitori, Giovanni Ganimede e Giacinto Vazzi, il primo famoso filosofo e docente alla Sorbona e il secondo facoltoso industriale bergamasco nella fioricoltura, si accorgono ben presto del suo precoce talento nonché della sua difficile eterosessualità. Nonostante ciò lo iscrivono al Collegio gesuita di Milano. Qui Giuseppe Maria, insultato sia dalle femminucce che dai maschietti per il suo abbigliamento contraddittorio, oltre che abusato sessulamente e di continuo dai religiosi, si sente oppresso e si immerge totalmente negli studi più disparati.

Nel 1950 a soli ventidue anni e a soli diciott’anni si laurea in Giurisprudenza a Bologna. Contemporaneamente si diploma al Liceo Classico “Cavour” di Torino. L’anno successivo si laurea anche in Lettere Classiche a Firenze con una tesi sull’opera di Collarco da Tiro, autore a tutt’oggi ignoto. E dell’anno successivo ancora la laurea in Architettura alla Federico II di Napoli, facendosi notare tra gli ambienti accademici europei per la sua tesi sperimentale dal titolo Per un’architettura insidiosa urbana e domestica. L’anno seguente si diploma come Perito elettronico al “Meucci” di Cittadella, studi che gli permettono di diplomarsi anche al Conservatorio “Luigi Russolo” di Bari presentando una composizione per citofono diatonico e due voci.

Nel 1961 gli viene amputato d’urgenza l’alluce destro per un tumore del suo più caro amico, Antonio Orsini, che poco dopo muore per metastasi: non poter esser presente ai funerali, per aver preso per sbaglio un potente sonnifero invece di un analgesico, lo segneranno dolorosamente fino alle sue morti.

L’anno successivo, infatti, in preda ad una crisi esistenziale, decide di lasciare tutto e partire aggregandosi in una spedizione russa diretta al polo nord: dispersi tutti i membri della spedizione, lui  viene ritrovato settimane dopo dietro una colonna di pinguini in Antartide (totalmente disorientato ma convinto che quelli che stesse seguendo fossero i suoi compagni) e portato in salvo nella loro base da alcuni scienziati argentini. “Un’esperienza mistica irripetibile” dichiarerà ad un orso polare allo zoo di Roma.

Nel 1964 è a Berlino: per sbaglio, voleva trasferirsi a Parigi ma si era imbarcato su un altro aereo. Qui entra nel circolo letterario Ein, Zwei, Drei e scrive articoli polemici sul popolare quotidiano Der Matiten.

Nel 1965 si trasferisce a Parigi dove frequenta gli ambienti artistici: espone ad una collettiva di amici l’opera parodica Ceci n’est pas celà (due quadri raffiguranti entrambi due ceci posti come in uno specchio uno di fronte all’altro e accompagnati dalla didascalia che intitola l’opera) dalla quale si fa derivare il movimento del Simpatismo.

Nel 1967 sposa Cécile Baguette, giovane attrice francese, nonostante le preoccupazioni delle persone più vicine cerchino di sconsigliarglielo: Cécile, infatti, credeva davvero di saper recitare. Ma lui aveva sempre creduto che lei facesse la ballerina. Prima di poter fare l’importante passo i due avevano atteso a lungo aspettando che arrivasse il suo divorzio dalla prima moglie ma poi lui, dopo aver cominciato a dubitare di non essersi mai rivolto al proprio avvocato per ottenerlo, si era accorto di non essersi, invece, mai sposato prima. L’unione con Cécile, comunque, durò poco: l’anno successivo, accortosi di essersi sposato, chiese il divorzio. Cécile, abbandonata, cade in una profonda depressione e in preda a disturbi psichici è ricoverata in una clinica psichiatrica a Ginevra.

Nel 1972 Tiresia si sposa nuovamente e ora con convinzione, questa volta con Cécile Baguette, dalla quale avrà due figlie: Francesco che, di lì ad un anno, purtoppo morirà precocemente di infarto. Cécile, non riuscendo a darsi una spiegazione di come possano essere morte entrambe le sue figlie, impazzisce di nuovo.

Tiresia era noto per una sua particolare sensibilità agli eventi, una certa capacità di preveggenza. Una volta, presagì che non sarebbe uscito il giorno dopo. E fu proprio così, tra lo stupore e l’incredulità generale dei suoi più cari amici che, sminuendo qualunque previsione, l’avevano  tranquillamente invitato a bere in osteria per quella sera.

Celebre la sua dichiarazione perduta per la conferenza di Francoforte del 1989 e il suo Inno alla libertà mai scritto in occasione della caduta del muro di Berlino.

Nel 1990 si candida per i Radicali ma, una volta in parlamento, passa ai Verdi sostenendo che dagli spalti dei Radicali non si riuscisse a vedere nulla.

Nel 1992 muore la sua Cécile, da tempo in clinica psichiatrica. Tiresia se ne sentì sempre in colpa: “forse se le avessi dato un maschietto” sembra si rimproverasse spesso e con rimorso al bar.

Negli ultimi anni aveva deciso di abbandonare la scrittura e ritirarsi a vita privata: “mi guardo qualche film” aveva confidato al suo giornalaio.

Si spegne serenamente nella sua villa  sul Trasimeno, con i suoi figli al capezzale, e poi in lenta agonia, in solitudine e senza alcun conforto famigliare, per un cancro che suo nonno aveva sempre avuto, all’Ospedale delle Suore Sputatrici Disgustate di Santa Trazzolona a Mantova il 15 settembre del 2009 e il 22 brumaio del 2010.

Il suo corpo riposa nel cimitero ebraico di Roma e le sue ceneri al cimitero ateo dell’UAAR di Padova.

Ogni giorno numerosi visitatori si recano alla sua tomba per chiedere al custode del cimitero di chi si tratti.

                                                                                                                                                                                                                   G. Santoro


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